24 aprile 2007

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Pd, Fassino: guardo al futuro, ma non taglio le radici

Intervista a Piero Fassino di Ninni Andriolo – L’Unità

Altro che sguardo «rivolto al passato». Alla vigilia del congresso della Quercia – che si aprirà a Firenze giovedì prossimo – Piero Fassino replica alle «rappresentazioni caricaturali» che relegano il Partito democratico al rango di «un compromesso storico tra due eredità politiche del ’900». Il leader Ds risponde alle domande de l’Unità dalla sua abitazione romana.Segretario, le critiche sul passato che ipoteca il futuro giungono anche da esponenti del suo partito
«E io rispondo che quelle critiche non fanno i conti con i fatti concreti. In realtà stiamo costruendo un partito che vuole guardare al futuro e che vuole misurarsi con i problemi di questo secolo. Stiamo costruendo, cioè, una forza che vuole parlare alle nuove generazioni per renderle protagoniste della vita del Paese».
«Il Partito Democratico sarà un evento enorme: mai si era verificata la fusione di due partiti per fare qualcosa di più grande. Con il Pd siamo nel futuro. Ma la sinistra, voglio ricordarlo, non ammaina le sue bandiere. Fabio Mussi deve partecipare al progetto»

Segretario, quale suggestione avrebbe per un ventenne il pantheon dei padri nobili del ‘900 proposto da lei nei giorni scorsi?
«Io ho fatto riferimento a una serie di personalità della storia e della cultura – italiane, europee e mondiali – diventate simboli di progresso, emancipazione e libertà. Le polemiche scaturite, francamente, sono stucchevoli. Non c’è futuro, infatti, senza memoria. Questo non significa che vogliamo far nascere un partito che guarda al passato. Le grandi nazioni costruiscono i pantheon per onorare i propri padri una volta l’anno. Poi, durante gli altri 364 giorni, vivono del futuro e lo costruiscono. Vale la pena ricordare, in ogni caso, che la sinistra non cancella i suoi simboli, non ammaina le sue bandiere. Non archivia una storia fatta di successi, ma anche del carico di responsabilità che deriva dalle tragedie, dai drammi e dalle sconfitte».

Una replica a chi sostiene che il Pd cancellerà la sinistra?
«La sinistra non muore, continuerà a vivere nel Partito democratico. E da lì si batterà perché i valori dei quali è portatrice continuino a suscitare speranze. Al Pd, anzi, portiamo in dote una memoria utile per scrivere – insieme a donne e uomini che vengono da altre esperienze – una storia che guardi al futuro e, in questo nuovo secolo, faccia vivere battaglie riformiste di uguaglianza e libertà».

Quelle sul lavoro, anzitutto. Sei morti in due giorni
«Sei morti in due giorni e centosettantasette negli ultimi due mesi: questi numeri non sono il frutto di una somma di fatalità. Ma il segno tangibile di quanto si sia svilito in pochi decenni il lavoro…».

Il Pd sarà il partito del lavoro, Questo, però, lei lo ha già detto più volte in passato
«Si, ma non l’ho fatto per riferirmi a valori desueti o a problemi del secolo scorso. Le morti bianche di questi giorni stanno lì a ricordarci priorità che riguardano l’oggi, Anzi, il futuro, visto che il lavoro, con il quale devono fare i conti le nuove generazioni, è sempre più precario, sottopagato, non tutelato. Fino a mettere in discussione la stessa vita. Ed è per queste ragioni, per rispondere alle domande di una società sempre più insicura, che il Pd dovrà essere prima di tutto un grande partito del lavoro. Il riformismo, d’altra parte, è nato per tutelare e rappresentare il lavoro. E ogni forza politica che si è definita, nel corso del tempo, riformista, ha avuto nel lavoro uno dei valori fondanti. Dovrà essere ancora così. Anzi, ancora più di così. Non solo per tutelare chi già il lavoro ce l’ha. Ma per dare speranze alle nuove generazioni. Altro che Partito democratico che guarda al passato, quindi».

Intanto fervono le polemiche sulla leadership del nuovo partito. Una volta si sarebbe detto che prima vengono le idee e poi gli uomini
«Anche oggi deve valere questo metodo. Diciamolo una volta per tutte, così sgombriamo il campo da polemiche fuorvianti e da fantasmi che non ci sono: il tema della leadership non è all’ordine del giorno. Non è oggi che dobbiamo scegliere. Affronteremo il problema quando verrà il momento. Tutti, d’altra parte, si sono espressi per una metodologia che renderà più semplici le cose. Il leader del Pd sarà scelto dai cittadini con le primarie. Non sarà sicuramente il risultato di una mediazione, di un negoziato o di scambi all’interno dei gruppi dirigenti o del ceto politico».

Nessuno in campo, quindi? Né lei, né Veltroni, né altri?
«Noi Ds non ci stiamo preoccupando di questo. Non me ne preoccupo io, che ho l’unico assillo di costruire bene il Pd, e non se ne sta preoccupando nessun altro dirigente. Veniamo da una scuola che ci ha abituato ad anteporre alle legittime aspirazioni personali, la priorità di un disegno politico e i valori in cui crediamo»

I giornali, tuttavia, descrivono molte manovre intorno alla leadership
«E spesso raccontano una realtà che non esiste. Sul tappeto, per il momento, c’è l’esigenza di mandare avanti il progetto del Pd e le idee che dovranno vivere nel nuovo partito. Ed è la stessa attualità di questi giorni a indicarci le sfide che abbiamo di fronte. Quello che è accaduto a Milano, in corso Buenos Aires, nel conflitto tra la comunità cinese e gli abitanti di quel quartiere, non ci dice, forse,come sia attuale il grande tema della società multietnica, multireligiosa e multiculturale? Ecco, il Pd dovrà essere anche un grande partito della cittadinanza, capace di affermare diritti e doveri. E di costruire, quindi, un sistema di relazioni in cui ciascuno, senza rinunciare alla propria identità, riesca a essere parte di una comunità. Ma il Pd dovrà essere anche una grande forza che assume pace, sicurezza e stabilità come obiettivi quotidiani. E di ripensare lo sviluppo e la sua qualità. E di costruire le condizioni perché chi avrà vent’anni nel 2010 ritrovi quelle certezze di vita, di reddito, di lavoro, di opportunità che gli consentano di guardare al futuro con sicurezza e speranza. E il Pd dovrà essere, nel contempo, un grande partito della solidarietà, capace di assumere come centrale il tema della famiglia. Di affrontarlo per riconoscere il suo valore sociale, andando al di là delle contrapposizioni ideologiche. Per mettere a disposizione delle famiglie, invece, quelle politiche – per l’infanzia, gli anziani, per il lavoro, per la parità dei rapporti tra i coniugi – indispensabili per consentire a ogni nucleo familiare di vivere più sereno e meno solo. Un grande partito, quindi, che ripensi anche la società assegnando gli stessi diritti e opportunità sia agli uomini che alle donne».

I temi, a ben vedere, sono da tempo sul tappeto del dibattito politico. La bacchetta magica del Pd li risolverebbe di colpo?
«Sono temi che il nuovo secolo ci pone in termini diversi da come li abbiamo vissuti, nel secolo scorso. E il Pd nasce proprio dalla consapevolezza che il ‘900 è alle spalle e che sono alle spalle anche le esperienze culturali, politiche e sociali maturate in quel tempo. Non si tratta di rinnegare una storia di cui tutti siamo orgogliosi, ma di scriverne un’altra. E lo possiamo fare se ciascuna forza politica va oltre la propria parzialità. Per concorrere a costruire – insieme ad altri – un soggetto politico, culturale e sociale in grado di interpretare il nuovo secolo. Questo è il Partito democratico, questa è l’ambizione di cui è figlio».

Progetto che arriva al passaggio cruciale dei congressi Ds e Dl che, però, sono stati preceduti da molte polemiche
«Quei congressi rappresentano il punto conclusivo della prima fase di costruzione del Partito democratico. La prima fase. iniziata a Orvieto, troverà il suo approdo finale a Roma e a Firenze. La discussione si è conclusa con l’orientamento chiaro di costruire il Partito democratico. E non per risolvere i problemi dei Ds o quelli della Margherita. Meno che meno quello dei loro dirigenti. L’obiettivo, infatti, è quello di dare all’Italia un partito che guidi il Paese in una fase di grandi trasformazioni e che rinnovi le istituzioni e il rapporto tra cittadini e politica»

Ma il Pd non sta scaldando i cuori, almeno per il momento. È questo quello che viene imputato a lei e a Rutelli
«È un fatto enorme quello che stiamo facendo, e io continuo ad essere sorpreso e sconcertato per come ogni giorno si svilisce un evento di questa portata. Due grandi partiti, Ds e Margherita, decidono di mettersi insieme e già questo è un fatto del tutto nuovo. La politica italiana conosce mille esempi di scissioni, quasi nessun esempio di fusione e di incontro. E non solo. Non ci limitiamo a far incontrare i nostri partiti, Abbiamo detto, infatti, che vogliamo fare un’operazione molto più grande, perché ci apriremo ad altri. Dandoci, tra l’altro, strumenti che vanno a di là di quelli classici dei partiti: primarie, Assemblea costituente, rapporto diretto con la società civile. Innoviamo la politica, quindi, e andiamo oltre la nostra esperienza, dimostrando un coraggio e una disponibilità all’innovazione che contraddice la rappresentazione della “fusione fredda” o della nascita burocratica».

Adesso, in ogni caso, si apre la seconda fase. C’è chi giura che verrà anch’essa condizionata dal peso dei partiti
«Non sarà così. Avremo bisogno davvero di un concorso amplissimo della società. E per per questo ho proposto che, all’indomani dei congressi, si istituiscano i comitati promotori del Pd in tutt’Italia. Questi comitati, larghi e aperti, dovranno promuovere da subito una grande stagione di discussione. con milioni e milioni di cittadini , sul manifesto fondativo del Pd. E dovranno iniziare a raccogliere preadesioni al Pd. In modo da individuare una platea vasta di cittadini – destinatari della nostra politica – che sia base per preparare l’Assemblea costituente. Da eleggere con un meccanismo che ricalca l’esperienza delle primarie. Una seconda fase appassionate, larga, in cui davvero dimostriamo che vogliamo costruire un partito nuovo. Anche nella forma, anche nel linguaggio, anche nel rapporto con i cittadini».

Segretario, Boselli risponde no al suo invito ad aderire al Pd
«Sono rimasto sconcertato ascoltando la relazione di Boselli al congresso Sdi. Non vi ho trovato alcuna ragione politica forte che spieghi perché i socialisti non debbono essere parte del Pd e, contestualmente, ho trovato molti pregiudizi, molte caricature»

La accusano di voler attentare all’autonomia dei socialisti italiani
«Un atteggiamento ingeneroso verso i Ds, che in questi anni hanno sempre lavorato con disponibilità e apertura al rapporto con i socialisti italiani, lasciando alle spalle ogni forma di lacerazione o pregiudizio del passato. E da me, in particolare, sono venuti riconoscimenti alla storia e ai leader del socialismo italiano, che dimostrano la nostra volontà di superare definitivamente vecchie contrapposizioni»

Il suo riferimento a Craxi tra i padri nobili del Pd ha destato polemiche, e non solo da parte dello Sdi.
«Quel riferimento non aveva il significato che qualcuno ha voluto dargli. Non voglio né riscrivere la storia d’Italia, né archiviare Tangentopoli. Sappiamo tutti, però, se vogliamo avere una lettura serena ed equilibrata, che Craxi non può essere semplicemente ricondotto al passaggio così critico della stagione di Tangentopoli. Craxi è stata una personalità complessa della sinistra, che ha avuto anche la capacità di anticipare questioni (come il rapporto tra merito e bisogni) con le quali ci siamo misurati tutti negli anni successivi. Il mio riferimento, in realtà, aveva lo scopo di spiegare come sia necessario che il riformismo di matrice socialista stia nel partito democratico. E che ci stia con tutta la sua storia, le sue esperienze. Con quel riformismo, cioè, che va da Turati a Matteotti, da Buozzi a Rosselli, da Nenni a Saragat, da Lombardi fino ai giorni nostri. A Craxi e a Boselli, quindi».

Boselli punta a una costituente socialista alternativa al Pd. Spera ancora di poterlo convincere?
«Il suo no al Pd mi sembra privo di argomenti. Dire che il Pd è una sorta di riedizione del compromesso storico è privo di senso. Quella è un’esperienza storica che risale a 30 anni fa. Nessuno pensa di riproporla. Se l’argomento, poi, è che il Pd nasce da un’ipoteca che si fonda su un rigurgito di clericalismo, che settori della Margherita e del mondo cattolico esprimono, anche questa mi sembra una forzatura. La netta maggioranza dei dirigenti e degli esponenti della Margherita, invoca – proprio come credenti impegnati in politica – l’autonomia della politica e delle istituzioni. E ispira i propri comportamenti a una concezione laica. E in ogni caso, ammesso e non concesso che il rischio sia o di un piccolo compromesso storico o di un partito poco laico, beh ma la presenza dello Sdi metterebbe ancora di più al riparo il Pd da questi rischi. Non è tirandosi fuori che Boselli risolve questi problemi».

Rasmussen spiega che in Europa non c’è spazio per un Pd che si collochi al centro, tra sinistra e destra.
«Rasmussen ha detto una cosa semplice e vera. Che in Europa, cioè, ci sono due grandi schieramenti. Uno di centrodestra. E uno di centrosinistra, dove è evidente che si debbono collocare le forze che si richiamano a valori di progresso, libertà e democrazia. Il dibattito, d’altra parte, non è fermo a un anno fa. Nelle tesi congressuali della Margherita c’è scritto che “l’obiettivo del Pd dev’essere lavorare per un campo riformista europeo unitario più largo, da costruire insieme al Pse”. Si assume il Pse, quindi, come interlocutore fondamentale per unire il riformismo, anche su scala continentale. Non è poco rispetto alle premesse da cui partiva la Margherita. Dopodiché discutiamo anche con i socialisti europei di come realizzare insieme questi obiettivi».

Questo, però, a quanto pare, non basta a convincere Mussi ad aderire al Pd. E anche Angius mantiene una posizione critica
«Utilizzo l’Unità per indirizzare un ultimo estremo appello a quelle compagne e a quei compagni che pensano di non partecipare alla costruzione del Pd. Abbiamo fatto un congresso libero e vero. Duecentocinquantamila iscritti hanno partecipato, discusso e votato nel segreto dell’urna. E il 75% ha detto si al Pd, mentre il 9% della mozione Angius ha proposto modalità e profilo diversi, ma sempre di un nuovo soggetto politico riformista. Per quale ragione, quindi, i compagni che hanno votato la mozione Mussi debbono allontanarsi e rinunciare, senza peraltro un chiaro progetto alternativo? Prendiamo atto, tutti insieme, del pronunciamento del congresso, che ha risolto il problema del “se” dare vita al Pd. Adesso si passa al “come” e qui c’è bisogno di un concorso larghissimo di idee, esperienze e proposte. In questo percorso c’è tutto lo spazio anche per i compagni che hanno votato la mozione Mussi, per le loro idee e per il loro punto di vista critico. Io non chiedo alla sinistra Ds di fare la sinistra del Pd. Sarebbe riduttivo. Chiedo loro, invece, di stare con noi a definire il profilo del Pd. Poi, dove collocarsi lo decideranno sulla base di ciò che sarà. D’altra parte il manifesto per il Pd sarà sottoposto a un’ampia discussione ed emendabilità. Così come larga dovrà essere la discussione sullo Statuto del nuovo partito. Gli organismi dirigenti che eleggeremo al congresso dei Ds, d’altra parte, avranno la possibilità di verificare periodicamente il percorso. E, alla fine, convocheremo l’Assemblea congressuale per valutare l’andamento del processo costituente e come proseguire il cammino».

(fonte http://www.dsonline.it)

25 aprile

In viaggio per il congresso. Verso un partito che parla al futuro

Giovanni Casaletto, segretario Sg Basilicata

Perché uno come me, 25enne, dovrebbe aderire con convinzione al Partito Democratico? Perché dovrebbe un 18enne? Dove sta il punto di incontro tra un partito nascente e la generazione presente? Una generazione precaria, incerta, inquieta in altri tempi avrebbe risolto tutto (o ci avrebbe provato) con rivoluzioni culturali; una generazione senza nome avrebbe “urlato vendetta” (come avrebbe detto Guccini) correndo su una “locomotiva lanciata a bomba contro l’ingiustizia”. Col supporto di grandi ideologie era tutto più definito, le soluzioni più decise, immediate. Quelle ideologie incontravano bene i sentimenti di una società abituata a pensare per blocchi sociali, per categorie. Scaturivano grandi fenomeni di massa. I giovani erano impazienti, i partiti un po’ meno ma i due si incontravano lo stesso, più di ora. I giovani cercano anche oggi visibilità, chiedono “vendette”, ma mancano ambienti che offrano loro integrazione e identità, che prospettino soluzioni collettive. E allora si è visibili altrove, integrati in silenzio, con Youtube, Messanger o Grande Fratello, sui muri metropolitani, od anche in periferia per emulazione, in cui sono incomprese forse dagli stessi autori le scritte inneggianti al Duce o Che Guevara (un altro secolo). Secondo Demos-Repubblica i giovani tra i 15-24 anni si sentono più legati, in ordine, alla città, poi all’Italia, poi ancora alla squadra di calcio ed infine alla chiesa ed alla politica (la categoria professionale è assente in quanto fluida oltre che precaria e di passaggio). Eppure questa è la stessa generazione, sono gli stessi studenti che si mobilitano sui temi di grande rilievo, la pace, l’ambiente, che partecipano al volontariato ma non alla politica, che la frequentano ma non lo sanno. La politica dal canto suo parla a sé stessa, anzi canta, recita e produce leader più o meno capaci di bucare lo schermo, quanto basta per arrivare in senato. Partiti al 2% o poco più che rivendicano un passato, altri lo vivificano con orgoglio parlando a gruppi territoriali che hanno già un posto al sole, e citano nomi di 30, 50 anni orsono. Ma il futuro? Distanti dunque da una modernità liquida, inquieta, fatta di individui. Un partito, si sa, nasce per rappresentare interessi, risolvere problemi, dare voce a delle esigenze, governare. Un partito fa tutto ciò supportato dai contenuti, da passioni, da grandi obiettivi. Altrimenti perché un 19enne come Felice, tesserato da soli 11 mesi, dovrebbe farsi 4 ore e mezzo di treno per partecipare all’ultimo Congresso dei Ds di Basilicata? È quindi un problema di metodo e di obiettivi. Il Pd dovrà essere il partito dei giovani, capace di incontrarli individualmente e metterli in comunicazione, dare contenuto alle relazioni di un mondo interdipendente, in cui è facile essere consumatori più difficile essere cittadini. Ma bisogna uscire dall’autoreferenzialità, a cui spesso la politica indulge, e da prese di posizione così insistenti quanto distanti da essi. La società odierna produce altre e più pressanti disuguaglianze, schiacciata tra una borghesia finanziaria e della conoscenza sempre più sottile ed un’area della povertà sempre più estesa. Non più capitale e lavoro. È tempo di colmare le distanze, liberare meriti e talenti, ascoltare gli esclusi e farli partecipare, reinventare così il ruolo dell’Italia. Metodo ed obiettivi. Qui sta il punto di incontro. È difficile crederlo, ma è qui la sfida: all’impazienza di una generazione la pazienza della politica, che proprio per questo si fa più difficile!

(fonte: http://www.mozionefassino.it)

Dopo i congressi serve uno sprint. Costituente aperta a gente nuova

intervista a Dario Franceschini su La Repubblica del 16/04 (leggi l’articolo)

a Testaccio l’abbuffata dei nemici del Pd

So tanto addolorati sti compagni,
feriti ne l’orgojo socialista,
ma nun ponno scordà che quanno magni
puro er dolore t’esce da la vista.
Se so trovati tutti p’abbuffasse
de chiacchiere e pietanze romanesche,
contro er Piddì e pé fa che ritornasse
er socialismo in mezzo a le ventresche.
Così, tra focaccelle e matriciane,
s’è arzato uno e ha detto “cari miei,
contro quei granni fiji de puttane
se magnamo sta robba in grazzia dei”.
Doppo le mejo panze de senistra,
fenito de magnà senza la frutta,
hanno messo a scallà n’antra minestra
da rifilà ar compagno che rilutta.
“Si vai co loro t’aritrovi ar centro!
Te farai commannà da la Binetti!
Noi invece preparamo un ber subbentro
co abbacchi, polli e un po’ de broccoletti!”.
Se famo er socialismo co l’ajetto
e la sinistra co la coratella,
poi l’internazzionale ar finocchietto
e pe finì un partito a la gratella.
Ce mettemo na fetta de salame,
du carciofi raccorti a na riunione
e annamo tutti in fila a fa er pollame
a regge coda pe Rifondazzione.

(l’ameno ed eccezionale Autore o chi per lui)

Ulivo, Costituzione, radicamento e giovani: il mio Partito Democratico

Intervento di Walter Tocci al 4° Congresso romano dei Ds

Non dobbiamo prendere sottogamba il nostro progetto. L’ambizione che abbiamo posto nel congresso dei Ds non ammette uscite secondarie. Il partito democratico o è grande politica o non è niente. O è la novità della politica italiana o è la gestione di una decadenza. Qui è il rischio, ma anche il valore dell’impresa che abbiamo avviato.
Il successo del partito democratico si misurerà sui libri di storia non sulle pagine dei giornali. Si vedrà nei prossimi anni se la nostra generazione sarà stata capace di chiudere le divisioni del secolo passato per fare politica con la testa rivolta al secolo che è appena cominciato. I partiti attuali sono inadeguati a compiere tale passaggio. DS e Margherita sono residui di ciò che fu grande in passato, pensiamo ora a ciò che vuole diventare grande in futuro.
L’Ulivo del ‘96 ha rappresentato tale speranza, ecco perché quel simbolo è tanto amato. Quello sì, già allora, andava trasformato in partito e invece ci siamo divisi, abbiamo lasciato crescere la frammentazione, da lì sono cominciati i nostri guai. Non le abbiamo indovinate tutte negli anni passati, non ci raccontiamo la favola della continuità. Per dieci anni gli elettori ci hanno chiesto l’unità politica e abbiamo quasi sempre risposto picche, da Gargonza alle liste separate al Senato, e i risultati si sono visti.
Con il partito democratico riconosciamo che gli elettori sono più avanti di noi, per la prima volta ci mettiamo al passo della nostra gente, invertiamo la tendenza, tentiamo di risalire la china, rilanciamo la speranza dell’Ulivo, mettendo insieme i due principali partiti e aprendo a tutte le forze che si renderanno disponibili.
Quel simbolo è tanto amato dai nostri elettori perché indica un carattere peculiare della sinistra italiana, che la distingue da quelle europee. Qui, la sinistra ha dovuto lavorare in condizioni difficili, superando i muri della guerra fredda che avevano diviso le sue sorgenti culturali e i suoi referenti sociali. Ma proprio tale difficoltà l’ha costretta ad ampliare i suoi orizzonti. La sinistra ha messo il sale nella Repubblica, ma non si è mai ridotta ad una saliera. Ha fatto grandi cose in Italia, ma sempre con altri, mai da sola: dall’integrazione europea, alla democrazia di massa, allo statuto dei lavoratori, alla rinascita del dopoguerra e soprattutto la Costituzione repubblicana che è il capolavoro italiano del Novecento, come la cappella Sistina lo fu per il Rinascimento e la Divina Commedia per la civiltà comunale.
Io ricordo ancora con emozione quando entrai in sezione per iscrivermi la prima volta e l’anziano compagno nel darmi la tessera non mi consegnò il Capitale di Marx, mi disse: «Ecco il programma del partito, applicare la Carta costituzionale, trasformare questi articoli in fatti».
Allora sembrava poco a noi giovani scapestrati, poi abbiamo capito meglio. Eppure solo oggi la Costituzione mostra il suo carattere di vera e propria profezia democratica. Da troppo tempo l’abbiamo confusa con i tecnicismi istituzionali e non ci accorgiamo della sua dirompente attualità. Solo quando si parla di guerra preventiva si comprende davvero il ripudio dell’articolo 11. Solo quando affrontiamo le sfide della società multietnica avvertiamo la stringente cogenza degli articoli sui diritti della persona. E quando la Chiesa cattolica si spinge a chiedere l’obiezione di coscienza ai magistrati oppure a promulgare principi non negoziabili, bisogna ricordare ai vescovi che in democrazia non ci può essere altra sovranità che quella costituzionale.
Dovremmo entrare in confidenza con la Costituzione, riprenderla in mano, leggere alcuni passi nelle assemblee, come fanno i sacerdoti in chiesa con le Sacre Scritture, lasciarne sempre una copia nel posto di lavoro, a scuola e al bar, leggerla ai figli e mandarne a memoria gli articoli che amiamo di più. Durante i congressi di sezione mi tornava a mente sempre l’articolo 3: «E’ compito della repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese». Che altro si deve aggiungere? Mentre tentiamo di scrivere il manifesto del partito democratico, qui ne abbiamo già il riassunto. E dice di più, non di meno, seppure in poche righe: il lavoro, la libertà e la persona, la sintesi suprema delle correnti socialiste, liberali e cattoliche e allo stesso tempo i diritti del XXI secolo.
I partiti nascono su valori costituzionali più che su ingegnerie istituzionali, sono tessuti connettivi e crescono sempre insieme a nuove statualità. Così andarono le cose nella Prima Repubblica, nella Seconda, invece, abbiamo cercato di far nascere partiti tramite le riforme istituzionali e alla fine ci ritroviamo politica debole e processi decisionali più faticosi. Ci siamo accaniti sulla seconda parte della Costituzione, ma abbiamo dimenticato la prima.
Non bastano le riforme istituzionali, ci vogliono riforme politiche, cioè nuovi partiti e il nostro sarà davvero democratico se saprà alimentare un nuovo spirito costituzionale e repubblicano. Sì, repubblicano dice più della parola laico, che infatti non è mai usata nella Carta.
Se teniamo alta l’ambizione, nella fase costituente troveremo tante disponibilità nuove. E’ un compito da portare avanti tutti insieme, maggioranza e minoranze, condividendo modi, tempi e obiettivi. E alla fine anche con i compagni che rimarranno di avviso contrario dovremo dare prova di rispetto reciproco. Ho ascoltato Carlo Leoni con tremore fraterno. Ci chiede di considerare due costituenti che si aprono, la nostra e la loro. Se entrambe saranno di alto profilo politico la coalizione di centrosinistra ne uscirà più semplice e più forte.
E potremo superare anche vecchi schemi, come la distinzione tra riformisti e radicali. Se tornassimo al significato originario di quelle parole dovremmo usarle al contrario. Il riformismo consisteva per i nostri nonni nel perseguire le tappe intermedie in un orizzonte ideologico e questo oggi lo fa Bertinotti. I radicali nella vecchia democrazia parlamentare erano quelle èlite che facevano le riforme senza un radicamento popolare e ciò assomiglia a come siamo fatti oggi noi dell’Ulivo. Riformisti e radicali sono parole confuse, inventate da giornalisti buontemponi e da politici spensierati, e cadranno come foglie secche se davvero riusciremo a creare il partito democratico come moderna forza popolare. Questo è il salto da compiere.
DS e Margherita infatti sono piccole organizzazioni, a insediamento regionale, con una testa grande nel ceto politico e un corpo fragile nella società. Il partito democratico dovrà essere un partito nazionale, ad insediamento diffuso in tutti gli strati sociali, vecchi e nuovi.
Un grande partito trascende il proprio essere parte per una vocazione insopprimibile verso l’interesse generale, e quindi non dovrà pensarsi come una parte della coalizione, ma cercherà di rappresentare tutto il centrosinistra, non per arroganza, ma perché capace di fare le riforme con il consenso popolare. Sarà la parte per il tutto, come quel tale che “cerca un tetto”, ma intende tutta la casa.
Come si può reinventare nella complessità della società italiana di oggi una moderna forza politica popolare? Questa è la domanda che dovremmo porre al centro della fase costituente, se non vogliamo che tutto si riduca a riorganizzare il ceto politico oppure a perderci nella retorica dei miti fondativi, già consumata in altre stagioni.
Cominciamo a porre domande che da tanto tempo scansiamo come calici amari: Perché negli ultimi venti anni i voti sono aumentati ai Parioli e diminuiti a Tor Bellamonaca? Perché non raccogliamo tanti voti tra le donne pur facendo, almeno a parole, una politica femminista? Perché su tre giovani che abbandonano la scuola solo uno vota a sinistra?
Ho sentito tanta sicumera di sinistra nel congresso, ma quando si passa dalle parole ai fatti la nostra politica appare molto più vaga.
E non solo la nostra. In generale nella politica moderna i governi faticano a mantenere credibilità e fiducia nei confronti degli elettori. Qui si è rotto qualcosa in quel positivo rapporto tipicamente novecentesco tra il popolo e le classi dirigenti. Oggi viviamo in una tendenziale separazione tra èlite autoreferenziali e ceti popolari estranei alla politica. Con una differenza decisiva, però: la destra ha trovato il modo per ricomporre quella frattura tramite il fondamentalismo e l’amplificazione di ogni paura sociale. In questo modo, da Bush a Berlusconi, sono riusciti a convincere i poveri a votare per i ricchi.
Al contrario, noi, la sinistra italiana ed europea, non siamo mai riusciti a fare davvero i conti con quella frattura e per questo la nostra azione di governo appare spesso tecnocratica e fredda, sempre orientata dall’alto verso il basso.
Questo è il problema irrisolto che la sinistra di governo lascia in eredità al partito democratico, e lo constatiamo già in questi primi mesi di governo. Prodi va facendo tante cose buone, la lotta all’evasione fiscale e al lavoro nero, le liberalizzazioni, le energie rinnovabili, la decisione storica di portare l’obbligo scolastico a sedici anni, ne parliamo poco, e soprattutto una grande politica estera, eppure non riesce a convincere, anzi perde consensi. Tra il governo e il popolo c’è un deserto, i cittadini sono spettatori televisivi, non vengono coinvolti dalle riforme perché mancano i grandi partiti popolari.
A Roma si sente meno il problema perché c’è Veltroni che riesce a riempire il vuoto con un forte messaggio identitario, ad inserire l’amministrazione in una narrazione sulla città, su chi siamo e dove stiamo andando.
Nella capitale abbiamo vissuto di rendita e i successi del sindaco hanno coperto le carenze dei partiti, non si vedono, ma ci sono. Sappiamo raccogliere i consensi dell’amministrazione, molto meno riusciamo a costruire consensi tramite l’organizzazione politica. Se non affrontiamo i problemi reali oggi, al massimo dei consensi, potrebbero esploderci in mano quando non avremo più la rendita di Veltroni.
Tra l’Italia e Roma ci esprimiamo solo nelle posizioni estreme. Da una parte il vuoto tra governo e popolo e dall’altra uno solo che parla a tutti.
Eppure tra zero e uno ci sono infinite possibilità, non solo in matematica.
Tra zero e uno ci sono i partiti come costruttori di politiche condivise.
Proprio questo dovrebbe essere il compito di un partito davvero nuovo, in quanto capace di fare meglio di quelli esistenti, e democratico in quanto capace di accorciare la distanza tra governati e governanti.
Tra zero e uno c’è a Roma un campo di ricerca sempre aperto, ed è quello dei municipi dove si sperimentano nuove relazioni tra cittadini e politica.
Non voglio mitizzarle e anzi non mi sfuggono le zavorre che appesantiscono quelle esperienze, ma penso soprattutto alle risorse preziose che lì si esprimono: associazioni di cittadinanza che chiedono la parola; politiche che riscoprono le vocazioni dei quartieri; amministrazioni che affrontano a mani nude tensioni sociali dirompenti come la casa, il lavoro, l’immigrazione; consiglieri che sanno rinfrescare quotidianamente il mandato elettorale. Tutto ciò è l’humus più adatto per radicare il partito democratico. E non è disgiunto da una nuova forma di governo della capitale, non solo verso la città metropolitana, ma anche verso una trasformazione dei municipi in veri e propri comuni.
Nei quartieri è cresciuta una nuova leva di amministratori che sono abituati a lavorare insieme, a presentarsi come Ulivo presso i cittadini. Per loro l’unità è la condizione normale, mentre le divisioni ideologiche del passato le hanno lette solo nei libri di storia.
Noi siamo arrivati sin qui, adesso tocca alla nuova generazione guidare la città verso inediti traguardi.. È come mettere su casa per i figli, poi ci andranno ad abitare e toglieranno le foto dei nonni, cambieranno gli arredi e sposteranno i tramezzi. Non sono importanti i tramezzi, neppure quello tra DS e Margherita, contano solo le fondamenta, che siano solide e ben piantate nella società romana del futuro.


 




enrico berlinguer

 

 

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