Intervento di Walter Tocci al 4° Congresso romano dei Ds

Non dobbiamo prendere sottogamba il nostro progetto. L’ambizione che abbiamo posto nel congresso dei Ds non ammette uscite secondarie. Il partito democratico o è grande politica o non è niente. O è la novità della politica italiana o è la gestione di una decadenza. Qui è il rischio, ma anche il valore dell’impresa che abbiamo avviato.
Il successo del partito democratico si misurerà sui libri di storia non sulle pagine dei giornali. Si vedrà nei prossimi anni se la nostra generazione sarà stata capace di chiudere le divisioni del secolo passato per fare politica con la testa rivolta al secolo che è appena cominciato. I partiti attuali sono inadeguati a compiere tale passaggio. DS e Margherita sono residui di ciò che fu grande in passato, pensiamo ora a ciò che vuole diventare grande in futuro.
L’Ulivo del ‘96 ha rappresentato tale speranza, ecco perché quel simbolo è tanto amato. Quello sì, già allora, andava trasformato in partito e invece ci siamo divisi, abbiamo lasciato crescere la frammentazione, da lì sono cominciati i nostri guai. Non le abbiamo indovinate tutte negli anni passati, non ci raccontiamo la favola della continuità. Per dieci anni gli elettori ci hanno chiesto l’unità politica e abbiamo quasi sempre risposto picche, da Gargonza alle liste separate al Senato, e i risultati si sono visti.
Con il partito democratico riconosciamo che gli elettori sono più avanti di noi, per la prima volta ci mettiamo al passo della nostra gente, invertiamo la tendenza, tentiamo di risalire la china, rilanciamo la speranza dell’Ulivo, mettendo insieme i due principali partiti e aprendo a tutte le forze che si renderanno disponibili.
Quel simbolo è tanto amato dai nostri elettori perché indica un carattere peculiare della sinistra italiana, che la distingue da quelle europee. Qui, la sinistra ha dovuto lavorare in condizioni difficili, superando i muri della guerra fredda che avevano diviso le sue sorgenti culturali e i suoi referenti sociali. Ma proprio tale difficoltà l’ha costretta ad ampliare i suoi orizzonti. La sinistra ha messo il sale nella Repubblica, ma non si è mai ridotta ad una saliera. Ha fatto grandi cose in Italia, ma sempre con altri, mai da sola: dall’integrazione europea, alla democrazia di massa, allo statuto dei lavoratori, alla rinascita del dopoguerra e soprattutto la Costituzione repubblicana che è il capolavoro italiano del Novecento, come la cappella Sistina lo fu per il Rinascimento e la Divina Commedia per la civiltà comunale.
Io ricordo ancora con emozione quando entrai in sezione per iscrivermi la prima volta e l’anziano compagno nel darmi la tessera non mi consegnò il Capitale di Marx, mi disse: «Ecco il programma del partito, applicare la Carta costituzionale, trasformare questi articoli in fatti».
Allora sembrava poco a noi giovani scapestrati, poi abbiamo capito meglio. Eppure solo oggi la Costituzione mostra il suo carattere di vera e propria profezia democratica. Da troppo tempo l’abbiamo confusa con i tecnicismi istituzionali e non ci accorgiamo della sua dirompente attualità. Solo quando si parla di guerra preventiva si comprende davvero il ripudio dell’articolo 11. Solo quando affrontiamo le sfide della società multietnica avvertiamo la stringente cogenza degli articoli sui diritti della persona. E quando la Chiesa cattolica si spinge a chiedere l’obiezione di coscienza ai magistrati oppure a promulgare principi non negoziabili, bisogna ricordare ai vescovi che in democrazia non ci può essere altra sovranità che quella costituzionale.
Dovremmo entrare in confidenza con la Costituzione, riprenderla in mano, leggere alcuni passi nelle assemblee, come fanno i sacerdoti in chiesa con le Sacre Scritture, lasciarne sempre una copia nel posto di lavoro, a scuola e al bar, leggerla ai figli e mandarne a memoria gli articoli che amiamo di più. Durante i congressi di sezione mi tornava a mente sempre l’articolo 3: «E’ compito della repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese». Che altro si deve aggiungere? Mentre tentiamo di scrivere il manifesto del partito democratico, qui ne abbiamo già il riassunto. E dice di più, non di meno, seppure in poche righe: il lavoro, la libertà e la persona, la sintesi suprema delle correnti socialiste, liberali e cattoliche e allo stesso tempo i diritti del XXI secolo.
I partiti nascono su valori costituzionali più che su ingegnerie istituzionali, sono tessuti connettivi e crescono sempre insieme a nuove statualità. Così andarono le cose nella Prima Repubblica, nella Seconda, invece, abbiamo cercato di far nascere partiti tramite le riforme istituzionali e alla fine ci ritroviamo politica debole e processi decisionali più faticosi. Ci siamo accaniti sulla seconda parte della Costituzione, ma abbiamo dimenticato la prima.
Non bastano le riforme istituzionali, ci vogliono riforme politiche, cioè nuovi partiti e il nostro sarà davvero democratico se saprà alimentare un nuovo spirito costituzionale e repubblicano. Sì, repubblicano dice più della parola laico, che infatti non è mai usata nella Carta.
Se teniamo alta l’ambizione, nella fase costituente troveremo tante disponibilità nuove. E’ un compito da portare avanti tutti insieme, maggioranza e minoranze, condividendo modi, tempi e obiettivi. E alla fine anche con i compagni che rimarranno di avviso contrario dovremo dare prova di rispetto reciproco. Ho ascoltato Carlo Leoni con tremore fraterno. Ci chiede di considerare due costituenti che si aprono, la nostra e la loro. Se entrambe saranno di alto profilo politico la coalizione di centrosinistra ne uscirà più semplice e più forte.
E potremo superare anche vecchi schemi, come la distinzione tra riformisti e radicali. Se tornassimo al significato originario di quelle parole dovremmo usarle al contrario. Il riformismo consisteva per i nostri nonni nel perseguire le tappe intermedie in un orizzonte ideologico e questo oggi lo fa Bertinotti. I radicali nella vecchia democrazia parlamentare erano quelle èlite che facevano le riforme senza un radicamento popolare e ciò assomiglia a come siamo fatti oggi noi dell’Ulivo. Riformisti e radicali sono parole confuse, inventate da giornalisti buontemponi e da politici spensierati, e cadranno come foglie secche se davvero riusciremo a creare il partito democratico come moderna forza popolare. Questo è il salto da compiere.
DS e Margherita infatti sono piccole organizzazioni, a insediamento regionale, con una testa grande nel ceto politico e un corpo fragile nella società. Il partito democratico dovrà essere un partito nazionale, ad insediamento diffuso in tutti gli strati sociali, vecchi e nuovi.
Un grande partito trascende il proprio essere parte per una vocazione insopprimibile verso l’interesse generale, e quindi non dovrà pensarsi come una parte della coalizione, ma cercherà di rappresentare tutto il centrosinistra, non per arroganza, ma perché capace di fare le riforme con il consenso popolare. Sarà la parte per il tutto, come quel tale che “cerca un tetto”, ma intende tutta la casa.
Come si può reinventare nella complessità della società italiana di oggi una moderna forza politica popolare? Questa è la domanda che dovremmo porre al centro della fase costituente, se non vogliamo che tutto si riduca a riorganizzare il ceto politico oppure a perderci nella retorica dei miti fondativi, già consumata in altre stagioni.
Cominciamo a porre domande che da tanto tempo scansiamo come calici amari: Perché negli ultimi venti anni i voti sono aumentati ai Parioli e diminuiti a Tor Bellamonaca? Perché non raccogliamo tanti voti tra le donne pur facendo, almeno a parole, una politica femminista? Perché su tre giovani che abbandonano la scuola solo uno vota a sinistra?
Ho sentito tanta sicumera di sinistra nel congresso, ma quando si passa dalle parole ai fatti la nostra politica appare molto più vaga.
E non solo la nostra. In generale nella politica moderna i governi faticano a mantenere credibilità e fiducia nei confronti degli elettori. Qui si è rotto qualcosa in quel positivo rapporto tipicamente novecentesco tra il popolo e le classi dirigenti. Oggi viviamo in una tendenziale separazione tra èlite autoreferenziali e ceti popolari estranei alla politica. Con una differenza decisiva, però: la destra ha trovato il modo per ricomporre quella frattura tramite il fondamentalismo e l’amplificazione di ogni paura sociale. In questo modo, da Bush a Berlusconi, sono riusciti a convincere i poveri a votare per i ricchi.
Al contrario, noi, la sinistra italiana ed europea, non siamo mai riusciti a fare davvero i conti con quella frattura e per questo la nostra azione di governo appare spesso tecnocratica e fredda, sempre orientata dall’alto verso il basso.
Questo è il problema irrisolto che la sinistra di governo lascia in eredità al partito democratico, e lo constatiamo già in questi primi mesi di governo. Prodi va facendo tante cose buone, la lotta all’evasione fiscale e al lavoro nero, le liberalizzazioni, le energie rinnovabili, la decisione storica di portare l’obbligo scolastico a sedici anni, ne parliamo poco, e soprattutto una grande politica estera, eppure non riesce a convincere, anzi perde consensi. Tra il governo e il popolo c’è un deserto, i cittadini sono spettatori televisivi, non vengono coinvolti dalle riforme perché mancano i grandi partiti popolari.
A Roma si sente meno il problema perché c’è Veltroni che riesce a riempire il vuoto con un forte messaggio identitario, ad inserire l’amministrazione in una narrazione sulla città, su chi siamo e dove stiamo andando.
Nella capitale abbiamo vissuto di rendita e i successi del sindaco hanno coperto le carenze dei partiti, non si vedono, ma ci sono. Sappiamo raccogliere i consensi dell’amministrazione, molto meno riusciamo a costruire consensi tramite l’organizzazione politica. Se non affrontiamo i problemi reali oggi, al massimo dei consensi, potrebbero esploderci in mano quando non avremo più la rendita di Veltroni.
Tra l’Italia e Roma ci esprimiamo solo nelle posizioni estreme. Da una parte il vuoto tra governo e popolo e dall’altra uno solo che parla a tutti.
Eppure tra zero e uno ci sono infinite possibilità, non solo in matematica.
Tra zero e uno ci sono i partiti come costruttori di politiche condivise.
Proprio questo dovrebbe essere il compito di un partito davvero nuovo, in quanto capace di fare meglio di quelli esistenti, e democratico in quanto capace di accorciare la distanza tra governati e governanti.
Tra zero e uno c’è a Roma un campo di ricerca sempre aperto, ed è quello dei municipi dove si sperimentano nuove relazioni tra cittadini e politica.
Non voglio mitizzarle e anzi non mi sfuggono le zavorre che appesantiscono quelle esperienze, ma penso soprattutto alle risorse preziose che lì si esprimono: associazioni di cittadinanza che chiedono la parola; politiche che riscoprono le vocazioni dei quartieri; amministrazioni che affrontano a mani nude tensioni sociali dirompenti come la casa, il lavoro, l’immigrazione; consiglieri che sanno rinfrescare quotidianamente il mandato elettorale. Tutto ciò è l’humus più adatto per radicare il partito democratico. E non è disgiunto da una nuova forma di governo della capitale, non solo verso la città metropolitana, ma anche verso una trasformazione dei municipi in veri e propri comuni.
Nei quartieri è cresciuta una nuova leva di amministratori che sono abituati a lavorare insieme, a presentarsi come Ulivo presso i cittadini. Per loro l’unità è la condizione normale, mentre le divisioni ideologiche del passato le hanno lette solo nei libri di storia.
Noi siamo arrivati sin qui, adesso tocca alla nuova generazione guidare la città verso inediti traguardi.. È come mettere su casa per i figli, poi ci andranno ad abitare e toglieranno le foto dei nonni, cambieranno gli arredi e sposteranno i tramezzi. Non sono importanti i tramezzi, neppure quello tra DS e Margherita, contano solo le fondamenta, che siano solide e ben piantate nella società romana del futuro.










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